Renzi, che gusto ha il fallimento?


Renzi, che gusto ha il fallimento?

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di F. Cartelli

Lo storico statunitense Henry Brooks Adams sosteneva che «la politica pratica consiste nell’ignorare i fatti». Matteo Renzi, dacché è divenuto presidente del Consiglio, ha subito manifestato insofferenza e ostilità nei confronti dei «gufi» che tiferebbero, a prescindere, per un fallimento del governo e, piú in generale, del Paese. Tralasciando scontate considerazioni di carattere comunicativo — la volontà di creare dei nemici per compattare il proprio gruppo e rafforzare la leadership è materia ampiamente nota —, è il caso d’affrontare ciò che Renzi, nello svolgere a pieni voti il compitino di marketing, finge di non vedere e vuol nascondere a colpi d’indovinati tweet. C’è una realtà che sta presentando il conto, e che non può esser camuffata o ignorata.

La situazione economica dell’Italia non sta migliorando, anzi praticamente tutti i principali indicatori macroeconomici sono in peggioramento. È comprensibile che il presidente del Consiglio — il quale, è bene ricordarlo ai piú smemorati, s’è insediato a Palazzo Chigi con un tipico arrocco carrieristico da Prima Repubblica — sia suscettibile a numeri che ne sconfessano le giovanilistiche velleità di rampante salvatore della patria. Ma qui non è in gioco il suo ego, bensí il destino d’un Paese che sembra galleggiare per inerzia in mare aperto, senza una mèta e senza una guida. Pertanto, a costo d’urtare la sua sensibilità, è opportuno analizzare la palude italiana e i dati poco lusinghieri che n’emergono.

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Il dato piú recente è quello sulla disoccupazione, che è tornata a galoppare arrivando al 12,6%. Nel mese di luglio sono andati in fumo 35.000 posti di lavoro: una media di mille al giorno. Quanto ai consumi, a giugno le vendite al dettaglio sono calate del 2,6% rispetto allo stesso mese del 2013. Ad agosto, l’indice di fiducia dei consumatori calcolato dall’ISTAT scende dal 104,4 al 101,9; quello delle imprese, dal 90,8 all’88,2. Chissà se ora, di fronte all’evidenza, sarà possibile affermare — senz’esser accusati dai pasdaran governativi di partigianeria, di demagogia e pure di portare iella — che gli ormai famosi 80 euro sventolati come feticcio taumaturgico di crescita e di rilancio si sono rivelati per ciò che erano: una luccicante marchetta preelettorale. Una marchetta che ha senz’altro portato voti a grappoli — la vendemmia è andata oltre le aspettative, superando il 40% —, ma prodotto il solito vino scadente. Dulcis in fundo, i dati sul PIL segnano una contrazione dello 0,3% nell’ultimo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2013. Ciò si traduce in due preoccupanti conseguenze. La prima è che, se si considerano i dati congiunturali dell’OCSE, l’Italia è di nuovo in recessione. (Ma ne era mai davvero uscita?) La seconda è che il nostro Paese è l’unico tra quelli del G7 a registrare un calo del PIL.

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Renzi perdonerà cotanta insolenza, ma sarebbe possibile capire, una volte per tutte, come questo governo intende affrontare il problema della crescita e della competitività? Il settore edilizio, ad esempio, prima è stato prosciugato dalle tasse, e ora dovrebbe magicamente ritrovar vigore con qualche investimento pubblico alla vecchia maniera. Il frenetico attivismo mediatico è inutile, se non viene finalizzato ad azioni concrete. E concretezza non significa mere approvazioni pubblicitarie di provvedimenti, bensí la loro attuazione. Uno degl’interventi piú attesi, la «scure» sulle municipalizzate non operative scovate da Cottarelli, è stato rinviato a ottobre. I cento giorni sono diventati mille, e finora ci sono stati solo una riforma costituzionale del Senato ancora in itinere — sulla quale è meglio stendere un velo pietoso — e tanto, troppo arrogante cabarè da primi della classe, come se la rinascita del Paese dipendesse da puerili autoconvinzioni collettive o riti scaramantici contro gli iettatori.

All’opinione pubblica insoddisfatta, Renzi risponde con irrisoria facilità: se critichi, sei un gufo; se domandi, sei un rompiscatole; se obietti, sei un presuntuoso che vuol dar lezioni non richieste. Per accontentare vossignoria, allora, faremo finta di nulla, e diverremo pappagalli ammaestrati. Nella peggiore delle ipotesi, il permaloso condottiero potrà comunque riciclarsi come gelataio. E offrire agl’italiani un cono al gusto «fallimento».

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