I vini di D’Alema? Sono come lui


(Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2014. Extended Version).
Di A. Scanzi

Non pochi personaggi famosi, in Italia e non solo, si reinventano produttori di vino. Al Bano, Gad Lerner, Bruno Vespa. E Massimo D’Alema. Uno dei quattro vini che produce, chiamato “NarnOt” come crasi tra Narni e Otricoli (le località in provincia di Terni tra le quali sorge il feudo dalemiano), ha anche vinto i 5 Grappoli 2014. A novembre D’Alema ha presentato i suoi vini al Rome Cavalieri (ex Hilton). Aveva invitato anche i suoi (teorici) colleghi di partito, che però non si son visti.
L’azienda produce 45mila bottiglie. Il nome “La Madeleine”, in quanto poetico e evocativo, ovviamente non è di D’Alema ma di chi ha preceduto lui e la moglie Linda Giuva, che conducono l’azienda a nome dei figli Giulia e Francesco. Quindici ettari, di cui circa 6,5 impegnati a vigneto, acquistati nel 2008. Sia Libero che Intravino hanno raccontato come l’azienda di D’Alema abbia usufruito dei fondi della Comunità Europea: 57500 euro. Gianluigi Nuzzi, ancora su Libero, rivelò nel 2010 che inizialmente D’Alema aveva impiantato anche vitigni alloctoni non autorizzati, Marselan e (per dare colore) Tannat. L’azienda non è visitabile, e forse è un bene perché in questo modo non si rischia di essere morsi (“è un cane buonissimo, ma se percepisce il pericolo…uccide”: parola di D’Alema).
E’ conveniente acquistare i vini tramite il sito aziendale: ordine minimo 250 euro. I prezzi per i privati, comprensivi di Iva, partono dalle 9.50 euro del Cabernet Franc “Sfide” (il nome non è autoironico) alle 17.50 del Nerosè, un Pinot Nero Metodo Classico versione Rosè. I vini più ambiziosi sono il NarnOt (Cabernet Franc, 29 euro) e il Pinot Nero (33.50). Accade spesso che i vini somiglino a chi li fa ed è anche il caso di quelli di D’Alema: algidi, distaccati, assai fighetti e per nulla schietti. Significativa la decisione di farsi affiancare, come consulente, dall’enologo Riccardo Cotarella. L’Huffington Post lo ha definito “il migliore di tutti”, sottolineando la sua nomina a coordinatore del settore vino Italia al prossimo Expo. La realtà è forse diversa. Cotarella, anche direttore dell’azienda di famiglia Falesco, è “il migliore” se si ha un’idea di vino sempre uguale a se stesso: muscolare, rotondo e strutturato (quando non concentrato), con profusione di barrique e un gusto che ammalia al primo sorso ma stanca già al secondo.
Scegliere Cotarella come consulente – la stessa mossa di Vespa, che ha raccontato come D’Alema sia geloso “perché Riccardo segue più me di lui” – vuol dire inseguire un vino modaiolo e americanizzato, con buona pace della valorizzazione di territorio e vitigni autoctoni. Non senza quella furbizia (talora più presunta che effettiva) che lo ha caratterizzato in politica, D’Alema ha dato un contentino ai naturalisti creando il “vino senza solfiti” Sfide, che aderisce al programma Wine Research Team. Un programma non chiarissimo, ideato da Cotarella e – per quanto lodevole – non paragonabile a chi lavora per ottenere davvero un vino tanto “diverso” quanto “naturale” (le associazioni Vini Veri e VinNatur). Sarebbe ingeneroso, nonché ingiusto, asserire che i vini di ema sono cattivi: molto più semplicemente sono un po’ respingenti e antipatici. Come lui. Impeccabili nella forma ma contraddittori nel contenuto, discutibili nell’impostazione e labili nella passione. Belli senz’anima, a meno che per “anima” si intenda l’effetto-vaniglia da spremuta di Pinocchio (barrique nuove, anzi nuovissime). Anche se i vitigni sono diversi, i rossi (con rispetto parlando) di D’Alema sembrano tanti figli grassottelli e meno ispirati del concentratissimo Kurni. Il più convincente è lo spumante Nerosè, didascalicamente perfetto ma apprezzabile. D’Alema si è poi altezzosamente disinteressato del percorso vitivinicolo dei “colleghi”, che nelle stesse zone stanno riscoprendo vitigni autoctoni (Ciliegiolo). Lui e Cotarella non sono certo banali agricoltori qualsiasi e, poiché nobili, hanno il mito della Francia. Che però è lontana da Narni: il Pinot Nero in Borgogna è un’altra cosa e il Cabernet Franc, vitigno “verde” come pochi, possono permetterselo in pochissimi (Le Macchiole a Bolgheri). Se non altro D’Alema non ha piantato Merlot, il vitigno più paraculeggiante del mondo: chissà, forse lo ritiene renziano.

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